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Top Allenatori | Tecnici che hanno scritto la storia nello Sport

responsiveresponsiveIn questa sezione ho voluto racchiudere cenni biografici di Allenatori che ritengo Top, capaci di scrivere pagine importanti negli sport di squadra in cui operavano, sia per quanto riguarda i risultati sportivi, sia per la componente umana che mettevano in gioco nella gestione dei propri giocatori. Esempi che possono insegnarci a tracciare adeguate direzioni da seguire per realizzarci compiutamente come Allenatori , da cui estrapolare idee e comportamenti per poter mettere al servizio in modo efficace competenze ed esperienzeresponsive

Storie di Sport | Personaggi, storie, episodi dal mondo dello Sport

responsiveresponsiveStorie di Sport, raccogliere racconti di piccole e grandi imprese in ogni sport, da quelli più famosi a quelli meno praticati. Condividere le storie e le emozioni di cui sono stati protagonisti atleti conosciuti o ignoti, celebrati eroi o semplici meteore. responsive

Phil Jackson

Phil Jackson

Philip Douglas Jackson nasce a Deer Lodge il 17 settembre 1945. 
Osservando e conoscendo le idee filosofiche e politiche di Phil Jackson, sarebbe plausibile pensare che il piccolo Phil sia cresciuto in un ambiente da “figli dei fiori”, con droghe leggere e idee di sinistra fin dall’infanzia. In realtà i suoi genitori, Charles ed Elizabeth, fanno i pastori pentecostali di professione e seguivano alla lettera gli insegnamenti di San Paolo, ovverosia «fare parte di questo mondo ma non esserne parte». Quindi l’infanzia di Phil e dei suoi fratelli (Charles, Joe e Joan) consiste di: messa tutti i giorni, niente televisione, niente film, niente fumetti, figuriamoci andare a ballare. I genitori costringono i ragazzi a vestirsi solo con magliette bianche, e all’unica sorella Joan non è permesso di indossare né i pantaloncini né ovviamente un costume da bagno. Insomma, se l’ambientino in casa non è dei migliori, fuori è pure peggio, perché tutti i compagni di classe li prendono in giro, definendoli «strani e antiquati».
 Tutte queste costrizioni hanno progressivamente spinto Phil ad allontanarsi dalla religione professata dai suoi genitori — che ambivano a far diventare tutti i figli pastori come loro— e a cercare ogni modo possibile per fuggire da casa e dagli obblighi della domenica. Phil vuole bene ai suoi genitori, chiaro, ma la loro rigidità lo spinge ancor di più a cercare «altro», a liberarsi e a sperimentare una nuova spiritualità, cercando di distanziarsi dal cristianesimo pentecostale che a lui appariva falso e poco adatto alla sua mente «sempre in movimento».

Questa apertura mentale e la costante curiosità per modi diversi di intendere la vita sarà di fondamentale importanza per la sua carriera. 
Dopo aver frequentato l’Università del North Dakota sotto la guida di Bill Fitch, Phil viene notato da uno scout, tale Jerry Krause, che lo vorrebbe scegliere al Draft per i Baltimore Bullets, squadra NBA per cui lavora. Ad agire d’anticipo però sono i New York Knicks, che lo prendono con la 17° scelta assoluta e, nella persona di Red Holzman, vanno direttamente in North Dakota per fargli firmare un contratto, portandolo nella Grande Mela. 
Dopo qualche anno in NBA Phil decide di mettere su casa a Flathead Lake, nel Montana, e insieme al fratello Joe inizia a costruirla con le sue mani. Assume un muratore, dal nome sconosciuto, il quale ha «un modo di fare calmo e concentrato, accompagnato da un approccio pratico al lavoro». Ne rimane colpito, e quando inizia a parlargli viene a conoscenza della pratica dello zen, che il muratore aveva studiato al monastero del Monte Shasta nel nord della California, e se ne interessa sempre di più. La ricerca spirituale di Jackson ha un obiettivo ben preciso: far stare zitta quella sua dannata testa. Come tutti gli uomini di grande intelligenza, non riesce mai a essere davvero tranquillo e in pace con se stesso, ma è sempre pervaso da una sensazione di irrequietezza e agitazione. La meditazione zen, a suo dire, è l’approccio migliore per lui per via della «sua intrinseca semplicità. E con lui funziona: da uomo irrequieto Phil si trasforma in una specie di monaco buddhista, con un approccio molto più calmo e aperto nei confronti della vita, sostanzialmente tutto l’opposto rispetto a quanto si aspettavano i suoi genitori da lui. responsiveLa meditazione diventerà una parte talmente importante della sua vita da entrare anche nella sua carriera da allenatore, quasi un marchio distintivo, tanto da venire soprannominato “Coach Zen” o “Master Zen” dai giornalisti. Le sue sedute di meditazione con i giocatori («10 minuti prima dell’allenamento, niente di trascendentale») diventano leggendarie, ma da ex giocatore Jackson ha un’idea: l’atleta ha bisogno di calmare la mente prima di una partita importante, di ridurre lo stress, e non di essere caricato con discorsi alla Ogni Maledetta Domenica. È per questo che una volta arrivato in NBA farà creare delle stanze comuni con incenso e simboli tribali dove portare la squadra a fare meditazione o passare del tempo insieme. Poco importa che i giocatori dormono o ridacchiano tra di loro: l’obiettivo è di creare un rapporto «non verbale», di interconnetterli ad un livello più profondo per farli entrare in sintonia e portare questa connessione in campo. Sentitevi liberi di considerarle stronzate, però con queste stronzate Phil Jackson ci ha vinto 11 anelli di campione NBA. Non appena chiude la carriera da giocatore attivo, però, le porte principali della Lega per lui si chiudono: all’improvviso la nomea da “figlio dei fiori” è diventata scomoda, e Jackson—che in ogni caso non è proprio del tutto convinto di allenare — si divide tra qualche consulenza (un breve ritorno da assistente ai Nets per qualche mese) e il commento televisivo. A un certo punto, mentre Phil sta lavorando insieme alla moglie a un centro benessere, gli Albany Patroons—squadra della ormai defunta CBA—gli offrono un contratto.
 Ad Albany, insieme all’amico/scrittore/filosofo-fuori-di-testa Charley Rosen (che fa il finto fisioterapista della squadra, dato che non era permesso avere un assistente), Phil impone che i dieci giocatori della squadra vengano tutti pagati allo stesso modo (330$ la settimana) e abbiano lo stesso minutaggio in campo (quintetti fissi, otto minuti ciascuno, di cinque in cinque). Una cosa mai vista prima, ma il bello è che funziona! Nel 1984, al suo primo anno alla guida della squadra, vince il titolo CBA. Cercando di arrotondare lo stipendio (ad Albany veniva pagato 18.000$ l’anno) inizia ad allenare in estate in Portorico, più precisamente ai Piratas de Quebradillas, dove tenta di imporre il suo modello egualitario e comunistoide ai duri boricua. Dura 3 settimane. Gli viene data una seconda chance dai Gallitas de Isabela, dove ammorbidisce un po’ le sue idee estremiste. Nel corso di quelle estati sull’isola affronta: partite in notturna all’aperto nelle conchas, spettatori ubriachi e armati di tamburi (ufficialmente) e altro (ufficiosamente), proprietari di squadre che si portano la pistola alle partite perché «non corre buon sangue tra le due città» e, in un’occasione, un sindaco della città che spara a un arbitro dopo una chiamata avversa ai suoi beniamini. Anni dopo, quando i giornalisti NBA gli chiedono se il pubblico di Sacramento sia il più rumoroso che abbia mai affrontato, Phil risponde col suo solito sorriso sornione: «Io ho allenato in Porto Rico, dove se vincevi in trasferta ti tagliavano le gomme e ti potevano anche inseguire fino a fuori città, spaccandoti a pietrate i finestrini della macchina».
 Forse, Phil Jackson è diventato il più vincente allenatore di tutti i tempi proprio in questo periodo, tra la CBA e le leghe estive dei proiettili puertorriqueños.

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In realtà la NBA proverebbe anche a riportarlo in pista. Anzi, più che la NBA a provarci è Jerry Krause — sì, lo stesso Jerry Krause che lo voleva ai Bullets da giocatore — che lo porta a Chicago, dove nel frattempo è diventato GM, per un colloquio di lavoro per il posto di assistente allenatore di Sten Albeck nel 1984. Phil, fedele a se stesso, appena sbarcato dal Porto Rico si presenta in queste condizioni: barba sfatta, camicia di vari colori non ben definiti, bermuda, infradito, cappello di paglia. Passeranno altri tre anni prima che lo stesso Krause riesca a convincere il nuovo allenatore, Doug Collins, a prenderlo come assistente — un periodo nel quale Phil, per sua stessa ammissione, stava iniziando a pensare di chiudere definitivamente col basket e di trovarsi un lavoro “normale”. A Chicago, sotto gli ordini di Doug Collins, entra in contatto con due veri e propri guru del basket mondiale: il primo è Johnny Bach, un ex militare e un vero pozzo di scienza cestistica, uno capace di riconoscere qualsiasi schema dandogli solo una fugace occhiata; il secondo, il più famoso, è Tex Winter, il perfezionatore del celeberrimo attacco Triangolo. Tex aveva imparato il sistema negli anni ’40 alla University of Southern California, e lo aveva implementato con ottimi risultati in vari college per oltre 30 anni; ma nella Lega il sistema non era mai riuscito veramente a imporsi. 
Phil, che per sua stessa ammissione ha gravi lacune dal punto di vista di schemi e tattiche, ma è un genio nella gestione dei rapporti interpersonali, si abbevera alla fonte dei due altri assistenti e fa suo il Triangolo che coinvolge tutti i giocatori in un movimento unico e continuo in risposta al modo in cui la difesa avversaria si posiziona. L’idea non è di andare a testa bassa contro gli avversari, ma di leggere ciò che la difesa propone e reagire di conseguenza. Ad esempio, se la difesa si concentra su Michael Jordan su un lato del campo, questo apre una serie di opzioni per gli altri quattro giocatori. Ma tutti devono essere davvero consapevoli di ciò che sta accadendo e abbastanza coordinati da muoversi all’unisono per trarre vantaggio dalle aperture che la difesa concede. È lì che arriva la musica». È tutto ciò che ha sempre sognato di trovare: nel giro di un anno Collins viene licenziato e la squadra viene affidata a Jackson, che rifiuta la panchina dei “suoi” New York Knicks pur di dare sfogo alle sue idee in NBA e di portare, finalmente, Michael Jordan al titolo NBA. 
Il primo vero colloquio faccia a faccia tra MJ e Phil Jackson è andato all’incirca così. Jackson va da Collins, dicendogli quello che Red Holzman era solito dire a lui: «La vera impronta della stella è quanto riesce a rendere migliori i propri compagni». Risposta: «Bravissimo Phil! Adesso però vallo a dire a Michael», come a dire “sì, tutto molto bello, ma chi glielo dice a quello là?” Ecco chi ci va: ci va Phil, il fricchettone, il figlio del pastore, il reietto della NBA. Piccola parentesi: a quel tempo Jordan, pur senza anelli, era già Michael Jordan, ovverosia l’MVP di una Lega in cui giravano ancora Magic Johnson e Larry Bird al loro massimo o quasi. Jackson, fedele a se stesso, va da Jordan e gli ripete la frase di Holzman. Michael lo studia per qualche secondo, poi risponde «OK, grazie» e se ne va. È un piccolo momento, ma significativo: Jackson è il primo a dire in faccia a Jordan quello che Jordan non vuole sentirsi dire, e piano piano lo mette davanti all’evidenza dei fatti — giocando nel modo in cui ha giocato fino a quel momento (in maniera individuale, cercando di trascinare la squadra alla vittoria da solo e considerando tutti i suoi compagni come inferiori) potrà vincere tutti i premi individuali possibili e immaginabili, ma mai il titolo.
L’anno dopo, quando Jackson diventa capo-allenatore e implementa il Triangolo, Jordan in pubblico dice di accettarlo e girato l’angolo lo definisce in maniera sprezzante «quell’attacco delle pari opportunità», sussurrando ai giornalisti amici «gli do due partite al massimo». Ma, vedendo che Phil non sarebbe arretrato di un passo e, soprattutto, notando un cambiamento nella squadra, Jordan mette anima e corpo nell’imparare il sistema. Non passa allenamento senza che litighi con Tex Winter e convince/costringe i suoi compagni a seguirlo, perché se lo fa Michael, perché non dovrebbero farlo gli altri? Il resto, come si suol dire, è storia: i Bulls di Jackson, Jordan e Scottie Pippen vincono 6 titoli NBA in 9 anni dal 1989 al 1998, di cui 6 su 7 potendo contare su Jordan dall’inizio dell’anno. E Phil Jackson diventa il miglior allenatore della NBA.

Dopo la straordinaria avventura ai Bulls, Jackson approfitta del lockout del 1998 per prendersi un anno sabbatico. Sua moglie June vorrebbe che lasciasse definitivamente il basket e si dedicasse a qualcosa di meno stressante a livello fisico, e per qualche tempo Phil lavora alla campagna da senatore del suo ex compagno Bill Bradley, ma in poco tempo le sirene della NBA tornano a farsi sentire e i Los Angeles Lakers lo contattano. Mentre Jackson si trova in Alaska a fare pesca d’altura in compagnia dei figli, un ragazzino del posto gli si avvicina e gli dice: «Ehi ma tu sei Phil Jackson! Lo sai che sei il nuovo allenatore dei Lakers? L’ho visto su ESPN». Già, Phil è il nuovo allenatore dei Lakers di Shaquille O’Neal e Kobe Bryant, che a quel tempo erano due enormi talenti individuali incapaci di trovare un modo per funzionare insieme, reduci da ripetute e dolorose eliminazioni ai playoff. Jackson, che intanto si è portato dietro Tex Winter da Chicago, arriva a L.A., prende casa a Playa del Rey, si fidanza con la figlia del proprietario (l’ex coniglietta Jeanie Buss, responsabile della parte finanziaria dei Lakers) e, soprattutto, implementa il Triangolo anche ai Lakers. Il risultato? Altri tre titoli in tre anni. Che a scriverlo in sei parole sembra semplice, ma far funzionare Kobe e Shaq è stata tutt’altra faccenda. A differenza dei Bulls, dove c’erano sì due “capi” in Pippen e Jordan, qui i due capi sono due immature superstar poco più che ventenni, il cui passatempo preferito sembra essere prendersi a cornate per essere considerati il “capo branco”, per vedere che su ESPN dicono «sì, è la squadra di Kobe» oppure «sì, è la squadra di Shaq». Una situazione del genere nello spogliatoio—con i due giocatori principali che si lanciano continue frecciate attraverso la stampa e arrivano al punto di evitare di farsi fasciare le caviglie dallo stesso massaggiatore—sarebbe risultata esplosiva per qualsiasi altro allenatore al mondo, che avrebbe cercato di imporre la sua autorità e di raddrizzare la situazione in maniera coercitiva. Ma Phil Jackson? Lui, fedele a se stesso, sceglie di non agire. Shaq e Kobe vogliono fare i bambini? Bene, che lo facciano pure: fintanto che andate in campo e fate il vostro dovere a me non interessa, risolvetevela da soli. Scrive nel libro: «Il miglior modo per controllare le persone è di lasciare loro molto spazio e incoraggiarli a essere “molesti”, e poi osservarli. Ignorarli non è una buona cosa; è l’abitudine peggiore. La seconda cosa peggiore è cercare di controllarli. La migliore è osservarli, semplicemente guardarli, senza cercare di avere il controllo su di loro». Proprio il fatto di non agire è stato il segreto: dopo qualche tempo i due bambini, vedendo che non riuscivano a provocare una reazione da parte di loro “padre”, smettevano di litigare e si trasformavano in una delle più grandi combinazioni lungo-piccolo della storia del basket. Semplicemente geniale. responsiveLa situazione tra Shaq e Kobe, Phil o non Phil, non sarebbe potuta durare a lungo. Arrivati al quinto anno insieme, dopo essere stati eliminati nel 2003 dai San Antonio Spurs e aver perso le Finali NBA nel 2004 (prima sconfitta alle Finals per PJ) contro i Detroit Pistons, i Lakers arrivano a un bivio: o Kobe o Shaq. Jackson si schiera dalla parte del secondo, definendo Kobe come «inallenabile» e consigliando a Jerry Buss di scambiare Bryant. Buss non lo ascolta e sceglie di scambiare Shaq con Miami, annunciando il rinnovo di Kobe il giorno dopo lo scambio di O’Neal. A Jackson non viene rinnovato il contratto, e Phil parte per una lunga vacanza tra Australia e Nuova Zelanda. Non appena sta per mettersi in sella per un lungo viaggio in moto, riceve la chiamata di Jeanie: «Qui è tutto un casino, puoi tornare ai Lakers subito?» La risposta è no nell’immediato, ma a fine stagione Jackson (che nel frattempo ha pubblicato L’ultima stagione, in cui scrive peste e corna di Kobe) torna ai Lakers, con l’obiettivo di ricostruire il roster da zero e di «restaurare l’orgoglio perduto».
Seguono anni complicati, ma pur con un roster oggettivamente scarso, Phil tira fuori alcune delle sue annate migliori a livello di coaching, portando i Lakers a un passo dall’eliminare i favoritissimi Phoenix Suns nel 2006. Kobe però è profondamente scontento della situazione e richiede a più riprese di essere ceduto: i Buss tengono duro, anche perché non si presenta mai una vera e propria offerta irrinunciabile, e Jackson zitto zitto inizia a costruire il suo capolavoro. In una situazione difficilissima, sfrutta l’incertezza riguardo il futuro della sua stella e leader di squadra per cementificare ancora di più il gruppo e pungolare l’orgoglio dei suoi giocatori, che iniziano ad andare oltre i loro stessi limiti, iniziando la stagione con un record di 30-16. E, con l’arrivo di Pau Gasol da Memphis a inizio febbraio, i Lakers si trasformano definitivamente in una squadra da titolo: con lui in campo L.A. perderà solo 9 volte fino al termine della stagione. Arriveranno in Finale ma perderanno con i Boston Celtics in una dolorosissima gara-6 chiusa a -39, ma i semi sono ormai piantati: in meno di tre anni, Phil Jackson ha riportato i Lakers ai vertici della NBA.
In questo modo ha vinto altri due titoli NBA, superando la doppia cifra (unico nella storia NBA, Auerbach si è fermato a 9) e poi, in un’annata che per sua stessa ammissione non sarebbe mai dovuta accadere, i suoi Lakers sono crollati contro i Dallas Mavericks nel 2011, ponendo fine alla sua carriera di capo-allenatore in NBA.
Il 18 marzo 2014 al Madison Square Garden viene annunciato come nuovo Presidente dei Knicks. Il ritorno nella Grande Mela, proprio dov'era iniziato tutto in NBA da giocatore.


"C'è una storia che adoro raccontare, e parla di come Napoleone Bonaparte scegliesse i suoi generali. Dopo che uno dei suoi generali più fidati morì, si dice che Napoleone mandò uno dei suoi ufficiali di servizio a cercare un sostituto. L'ufficiale tornò diverse settimane dopo e gli descrisse quello che, per la conoscenza delle tattiche militari e la brillantezza come amministratore, riteneva il candidato perfetto. Quando l'ufficiale concluse, Napoleone lo guardò e gli chiese: 'tutto molto bello, ma è fortunato?'.
Se hai curato ogni dettaglio, le leggi di causa ed effetto - e non la fortuna - solitamente determinano il risultato. Certo, in una partita ci sono un sacco di cose che non si possono controllare. Questo è il motivo per cui concentriamo la maggior parte del nostro tempo su cosa possiamo controllare: il giusto lavoro di piedi, le giuste spaziature in campo, il giusto modo di gestire il pallone. Quando giochi nel modo giusto, tutto assume più senso anche per i giocatori e la vittoria è il risultato più probabile."

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