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Elementi di Didattica | Articoli di supporto per elaborare percorsi di formazione tecnica

responsiveresponsiveTrasferire competenze nei nostri allievi deve essere inquadrata come un’esigenza che nasce dalla consapevolezza che una qualsiasi attività sportiva abbia bisogno di un’attenta attività programmatica al fine del raggiungimento reale di obiettivi specifici della disciplina che si vuole praticare. Insegnare il calcio sembrerebbe ai più una cosa alquanto facile considerando che si tratta, semplicemente, di colpire una palla con i piedi o di buttarsi a terra per effettuare una parata. I nostri giovani, sin da piccoli, si dilettano a dare calci ad un pallone, ma da qui ad insegnare calcio molta è la strada da percorrere e tanto il tempo in cui doversi applicare. Periodicamente raccoglierò dalla Rete articoli che evidenzino il raggiungimento di obiettivi attraverso la didattica, che possano essere di supporto al lavoro sul campo degli allenatori. responsive

Portieri dai piedi buoni

Portieri dai piedi buoni

Gli anni 90’ sono quelli della prima, vera, Grande trasformazione del ruolo del portiere. Nel bel mezzo della carriera, i numeri uno si sono trovati con un “problema” in più da affrontare: non potevano più prendere con le mani il pallone su un retropassaggio del compagno. Erano costretti a rigiocare il pallone con i piedi.

E dovevano farlo bene e velocemente. Luca Marchegiani, uno dei migliori esponenti del ruolo di quel periodo, descrive così il suo vissuto in un’intervista: “Per me è stato un passaggio traumatico. Quella nuova regola non solo ha cambiato l’interpretazione del ruolo, ma anche gli allenamenti. Il portiere era coinvolto nel gioco della squadra e gli allenamenti erano diversi: dovevamo fare esercitazioni nuove e se aggiungevi qualcosa da una parte, dovevi toglierne da un’altra. Io non avevo la predisposizione a giocare con i piedi, come invece sapeva fare Pagliuca, con quel sinistro di 50 m. Spesso non calciavo nemmeno i rinvii, nel Torino li battevano Annoni e Cravero.“ 

Luoghi comuni: quante volte abbiamo sentito dire che “quel portiere non ha piedi buoni” oppure “ha piedi da centrocampista”. Affermazioni opposte, riferite alla capacità del numero uno di gestire il pallone con i piedi (Filippi, 1998). Spesso si sentono commenti entusiastici sulle qualità di alcuni portieri nella gestione del pallone con i piedi, ma è altrettanto vero e da non dimenticare che il compito primario dell’estremo difensore è la difesa della porta e la sua prestazione viene determinata da quanto riesce a incidere, insieme al reparto difensivo, nell’evitare delle segnature (Filippi, 2008).

Nuove richieste

Con l’introduzione della “regola del retropassaggio”, il ruolo del portiere ha subito notevoli cambiamenti, di tipo tecnico, tattico e psicologico, modificando la filosofia di gioco di alcune squadre e i mezzi di allenamento utilizzati fino a quel momento. Inoltre, il saper giocare con i piedi è diventato in poco tempo una condizione indispensabile per gli estremi difensori. Che, ormai, sono valutati e giudicati, come avrebbe detto Brera, anche per le loro “abilità pedestri”. Dal 1992 nasce, quindi, il portiere moderno, più completo è sicuramente protagonista di un ruolo più complesso. Diventa il primo attaccante, aumentano le situazioni in cui deve sapersi districare con i piedi e in questi vent’anni al numero uno sono state richieste sempre più giocate funzionali a una manovra organizzata, utile a mantenere il possesso e a far ripartire un’azione offensiva anche se pressati dagli attaccanti. Come è sempre stato nel calcio, vi sono squadre che fanno epoca e di conseguenza determinano il modo comune di vedere il gioco. Una di queste è il Barcellona di Guardiola.

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di Claudio Filippi e Daniele Borri

( Fonte Il Numero1 )

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